ALLA LUCE DELLA PAROLA – COMMENTO AL VANGELO DELLA DOMENICA 20/09/26
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
“Amico, io non ti faccio torto …. Voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te” (Mt 20, 13.14)
Mt 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”.
Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Parola del Signore.
Restando a questa lettura, non ci sarebbe da scandalizzarsi di fronte alla mormorazione di chi è stato assunto all’alba. Infatti, è pensare comune che a più ore di lavoro corrisponde una paga maggiore. Se il padrone si fosse comportato secondo questo criterio nessuno si sarebbe scandalizzato.
Gesù, invece vuole scandalizzare per farci riflettere e mostrarci la realtà sotto un’altra prospettiva. Lo fa partendo dal racconto stesso in cui si narra che il padrone, con i primi operai, aveva pattuito per salario un denaro che, di fatto viene loro dato a fine giornata. Così sono state rispettate le usanze del luogo secondo cui “non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nel tuo paese, nelle tue città; gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato” (Dt 24,14-15).
Da questo punto di vista, ci troviamo di fronte ad un datore di lavoro più che corretto. Non ha commesso ingiustizie e non ha tolto niente a nessuno.
La logica del Signore sposta l’attenzione da ciò che ha ricevuto l’altro, da cui nascono invidie e gelosie, a ciò che è stato dato a me per accorgermi che ciò che Egli dona all’altro, a mio fratello, non toglie niente a ciò che ha promesso a me. Allora, prima di giudicare e mormorare, l’invito è quello di chiedermi se a me è mancato qualcosa, se è venuta meno la lealtà nei miei confronti, se il dare all’altro mi lascia nel bisogno oppure no.