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Pubblicato da: Francescane Ancelle di Maria

ALLA LUCE DELLA PAROLA – COMMENTO AL VANGELO DELLA DOMENICA 25/04/2021

IV DOMENICA DI PASQUA

“do la mia vita per le pecore” (Gv 10,14) 

Gv 10,11-18


Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.  Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». 

“Io sono il buon pastore” (Gv 10,11). Il Vangelo di questa domenica inizia con la presentazione che Gesù fa di se stesso ai farisei. Egli aveva appena ridato la vista ad un ragazzo cieco dalla nascita. Il ragazzo aveva riconosciuto l’identità di Gesù e professata la sua fede in Lui. I farisei, però rifiutavano di credere che Gesù è il Figlio di Dio. Così, questa rivelazione che il Signore fa di se stesso è un tentativo di aprirgli gli occhi. Ma, è un tentativo di aprirli anche a chi, anche oggi, fa fatica a credere, a chi si è smarrito, a chi lo cerca. In fondo, ognuno può riconoscersi in quelle pecore delle quali Gesù, il buon pastore, si prende cura. E il suo prendersi cura non ha interessi, è gratuito ed ha il suo centro nel dare la vita. Il Signore non si tira mai indietro per salvarci, non ci abbandona mai. Egli accetta di morire perché possiamo essere salvati, liberati. Lui, che vive in una relazione d’amore con il Padre, in una conoscenza profonda con Lui, non la tiene per sé, ma la dona. Ci fa entrare anche noi in quella stessa relazione, in quella dinamica d’amore. Quello stesso amore, in virtù del quale, Egli accetta la morte e la morte in croce. Così, il Signore, come il pastore fa uscire fuori dal recinto il gregge per farlo pascolare liberamente,  ci conduce fuori da ciò che chiude all’amore, che ci rende schiavi. Ci conduce alla libertà dove possiamo gustare la bellezza della vita. Alla libertà dei figli di Dio. E possiamo considerarci tutti ammessi a questa grazia, perché la voce del pastore è per tutti e non solo per alcuni. A noi spetta la scelta di mettersi in ascolto e di seguirlo oppure no.